giovedì 31 marzo 2011

domenica 27 marzo 2011

In una scatola

Ogni volta che ho traslocato mi sono sentita dire qualsiasi cosa su come gestire l'impatto emotivo del cambiamento.

Che lasciare una casa è come elaborare un lutto.
Che i ricordi faranno male.
Che devi essere metodico nel preparare i tuoi scatoloni.
Che poi ti diamo tutti una mano a spostare le tue cose (e il giorno che li chiami sono tutti in Nuova Zelanda).

Insomma, sulle cazzate ci sprechiamo sempre tutti.
Il che non è poi così tanto un problema se ci pensiamo.
Alla fine da quando me ne sono andata di casa (ormai ben nove anni fa proprio in questi giorni!) ho cambiato talmente tanti indirizzi che ringrazio ancora il fatto di avere una residenza fantasma.
Se avessi preso il domicilio o la residenza in ogni casa dove ho vissuto, all'anagrafe avrebbero cercato di unire i puntini da 1 a 50 per sentire il suono delle mie imprecazioni con gli scatoloni sulle spalle.

Questa casa romana è assolutamente uno dei luoghi dove ho vissuto più a lungo.
Di cui ho aperto e richiuso la porta più volte.



Ora è in fase di smantellamento selvaggio.
Sto alleggerendo il carico.
Nei sacchi dell'immondizia finiscono centinaia di disegni, decine di album, pagine scritte, riviste, ricordi che non ho più voglia di portarmi dietro.
Assomiglia un po' a un rito preparatorio. Devo scegliere, e questa volta in modo radicale.
Chiudo in quelle scatole solo quello che ho deciso di portare con me.
In un solo viaggio devo riportare a Genova quello che ci ho messo tre anni a portare a Roma.
E questa volta non voglio più portarmi dietro il superfluo, quelle cose che non so nemmeno io se mai le riprenderò in mano, se mi potranno servire, se troveranno mai un posto sensato nelle mie case.
Via tutto.
Basta.


Non so quando li riaprirò questi scatoloni e neanche dove lo farò.
Ma sono sicura di chi ci sarà in quel momento, ad aiutarmi a rimettere a posto.
E questo mi fa sembrare questo peso ancora più leggero.

venerdì 25 marzo 2011

La gatta del cortile

Nel cortile del condominio della mia casa di Roma vive una gatta nera.
La somiglianza con Deimos, la mia gatta, è impressionante.
Non fatevi ingannare, non funziona così, se si è dei gattari convinti si sa riconoscere un gatto nero dall'altro.
E questa gatta sembra la gemella della Demis (o Deimos) anche nel modo di miagolare.

Stasera mentre rientravo a casa, dopo un anno intero che vivo qui, per la prima volta ha miagolato, si è strusciata tra le mie gambe e mi ha tenuta in giardino mezz'ora facendomi le fusa, proprio come la mia micia.

Quando sono rientrata nella mia stanza in fase di smantellamento, tutto mi è sembrato straniante.
Non mio. Non ero qui né da nessun'altra parte.
Da quando sono a Roma ho accumulato un discreto numero di fumetti, di persone nuove, di esperienze diverse, di debiti, di soddisfazioni e ho perso molto.
Ho perso i miei gatti nell'ottobre di due anni fa, un sacco di tempo a correggere storie non mie, a non riprendere le matite in mano. A non raccontare più.

Oggi pomeriggio sono tornata a disegnare.
Domani voglio farlo di nuovo. Un'ora al giorno, tutta per me, tutti i giorni di sole da qui alla fine dell'estate.
E voglio mettere mano a tutti i racconti sparsi sui biglietti degli autobus, frammentati in agende e quaderni, o incastrati ancora sulla punta delle dita.

Ma soprattutto non voglio più guardare una maglia nera accartocciata su una sedia ed essere convinta che sia la mia gatta.

La foto di oggi selezionata da Anna (stronza) è un dettaglio interessante.
I più non se ne accorgeranno, ma sto sorridendo.

giovedì 24 marzo 2011

Riprendersi un po' di spazio


Se c'è un buon momento in cui rimaner disoccupati è l'inizio della primavera.
Dove il mondo rinasce e tutto sembra possibile.
Certamente meglio dell'inverno, dove le cose sembrano normalmente un po' più grigie.
Meglio dell'estate, dove rimanere disoccupata mi impedirebbe di spassarmela (per esperienza son meglio le ferie del non lavorare proprio).
Meglio dell'autunno dove tutti ricominciano qualcosa e io non so da che parte arrancare mentre ci si incammina verso il freddo.

Per cui ho il tempo di rinchiudere per l'ennesima volta la mia vita nelle scatole.
Ho il tempo di selezionare e alleggerire il carico.
Ho il tempo di non fermare la testa, di immaginarmi qualcosa di nuovo, anche quando le scelte e le situazioni non vanno proprio nella direzione che speravo.

Ho il tempo di riappropriarmi di una parte della mia vita che mi ero dimenticata.
Di andare all'Isola Tiberina e disegnare in compagnia della mia amica Anna.



Il tempo di farmi spettinare dall'arietta.
Il tempo di mettere il vestito rosso del buon umore, e di scrollarmi il mio nero di dosso. Almeno un po'.
Ho il tempo di rubare la macchina fotografica ad Annetta e di farle io qualche ritratto.



Di dire due stronzate (anche se per dirle il tempo sembra non mancarmi mai).
Di coltivare intensamente i rapporti con i miei alleati.
Di allontanare coloro che mi appesantiscono l'anima. Di iniziare a farne a meno.

Ho anche il tempo di fare goffi tentativi di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Ma, soprattutto, mentre calava il sole oggi ho avuto la sensazione che fosse arrivato il momento in cui io non posso più esimermi dal riappropriarmi della mia vita.


PS: il fatto che io abbia fatto solo foto verticali e Anna solo foto orizzontali denota i miei famosi complessi sull'altezza: metri 1.60 VS 1.80
[tranquilli al prossimo post così positivo scoppia l'apocalisse™]

lunedì 14 marzo 2011

Nero

Una valigia di vestiti neri, l'ennesimo treno in pochi giorni.
Nel centesimo post di questo blog avrei voluto parlarvi dei viaggi che sto facendo, del momento "caffè e chilometri a colazione", del tornare a Roma per cambiare valigia, fare una lavatrice e metterci i vestiti umidi dentro.
Di come sono andate le ultime fiere che ho fatto, degli incontri che mi hanno cambiato, della rivoluzione nel mio lavoro.
Dell'articolo sui Superamici uscito sull'ultimo Comic-Soon.

O forse avrei voluto fare un post, con una filastrocca sulla presentazione di Napoli, o che ne so... potevo parlare dell'ottimismo di un periodo nero, in cui il bicchiere è mezzo pieno (ma di lacrime).

O magari del cinismo che mi invade mentre preparo l'ennesima valigia e mi accorgo che, questa volta, il fatto che io mi vesta solo di nero è terribilmente calzante con il motivo del viaggio.

Invece sono sospesa insieme a tanti altri a guardare quello che succede in Giappone.
Appesa ai blog, alle notizie, a Repubblica.it.
Guardo e in tutto questo ho il terrore di quelle centrali nucleari che, anche se sono dall'altra parte del mondo, sono lì lì per saltare in aria.
Ascolto attonita l'ottusità di una serie di personaggi discutibili che, mentre la Germania decide lo smantellamento, vogliono portare il nucleare in Italia.
Basita, sconcertata, senza parole visto che si commenta da sola la situazione.

Mi chiedo quanto ci sia di vero nei comunicati ufficiali, nelle lettere spedite dall'Ambasciata Italiana (che leggo costantemente appena Lorenzo Barassi aggiorna il suo blog). Quasi che stessero a minimizzare quello che sta accadendo, con i tre reattori della centrale di Fukushima che sono esplosi.
Leggo Naoko Okada sul blog di XL di Repubblica, gli aggiornamenti che mi arrivano sull'iPhone.
Non lo faccio per voyerismo, mi chiedo più che altro che cosa potrei fare se non leggere, guardare e ascoltare.



E poi, stupida che sono, immagino gli scenari post-apocalittici che popolano i fumetti e gli anime Giapponesi. Il primo che mi viene in mente è Neon Genesis Evangelion, con le sue città sommerse dopo il second impact, con il Geo Front sotterraneo, con la corrente tolta a tutto il Giappone per sparare contro l'Angelo.

Sì stempero e penso che alcuni autori che ho letto nella mia adolescenza al momento sono dispersi.
Urasawa,  Takahashi, Masamune, Takeuchi.
Quasi che ci fosse ancora bisogno di un segno per sentire che è tutto reale, che non è un racconto dell'orrore, dopo le notizie di decine di migliaia di morti, dopo quelle immagini che anche se sei lontano sono capaci di generare incubi.

E così, questo centesimo post del blog si veste a lutto se mi potete perdonare l'eufemismo. E lo fa per chi è a centinaia di migliaia di chilometri e per chi, stanotte, è venuto a mancare nella mia famiglia.

Cifra tonda. Pensieri sconnessi.

martedì 8 marzo 2011

Perditempo delle Meraviglie

UDITE UDITE!!
Si comunica al popolo che mercoledì 9 marzo, alle ore 19.00 la qui presente R. Amal Serena e la sua splendida consorte Margherita Tramutoli, vi trascineranno nel Paese delle Meraviglie.
A Napoli, alla Libreria Perditempo di via San Pietro a Maiella (di fronte al conservatorio).



Sono previsti effetti speciali, tavoli che si allungano, persone che si accorciano, effusioni amore da farvi girare la testa, e dieci splendidi racconti raccolti nell'albo Wonderland - Quando Alice se ne andò.

Non mancate ordunque!
Accorrete numerosi!

Le consorti Tramutoli e Serena vi attendono!