lunedì 28 novembre 2011

Una scatola disordinata


Sul comodino della mia mente è appoggiato un Vaso di Pandora.
Quello che contiene tutti i mali del mio mondo.
Oddio credo che sia appoggiato sul comodino della mente di molte persone, ma è solo un dettaglio.
Di norma rimane chiuso e sigillato. Non ho mai intenzione di aprirlo, non solo, mi guardo bene dal farlo. Ci giro al largo senza troppe remore so che esiste, non posso negarlo, posso solo sperare che a furia di infilarci le cose che mi fanno male non esploda di colpo.

Nascosta in fondo a una libreria c'è una scatola di latta, dove seppellisco parte dei miei ricordi migliori per paura che possano tornare a galla mentre vago per casa, quelli possono far male in quel modo latente che non lascia scampo. Li tengo lì per sentirmi al sicuro, perché non siano presenti in ogni istante. Sono frammenti di vite passate, di storie che mi sono rimaste addosso: quelle lettere, quelle foto, quei frammenti di ricci di mare, di scogli e di cose capite troppo tardi, probabilmente mi sopravviveranno. Cosa che i miei segni sul corpo non possono fare.


Poi intorno a me, creo sempre una scatola disordinata, dove tengo tutte le cose che appena le guardo mi strappano un sorriso e nel mio mac c'è una cartella che si chiama proprio così, una scatola disordinata, dove ammucchio quelle foto fatte male, di non fotografa, che voglio aprire e guardare quando ho bisogno che una parte di frammenti migliori vengano a galla, per raccontarmi una storia nella testa semplicemente con un'immagine.
Perché è a questo che mi servono. Le apro quando dal Vaso di Pandora mi accorgo che qualche ombra è riuscita a divincolarsi e a raggiungermi o che qualche ricordo scappa dalla scatola di latta e si insinua di nascosto tra le pieghe dei miei pensieri, la apro quando mi accorgo che rimangono lì, come semi, pronti a germogliare alla prima pioggia.

Fortuna che per piangere ho bisogno di trovare le lacrime sul fondo di una bottiglia, o avrei una foresta pluviale di mostri e di bei ricordi che fanno sanguinare.
E che non le trovo neanche così spesso.



Il paradosso è che oggi ero concentrata sulle foto dei miei giorni a Vernazza quest'estate con Cèline, una di quelle amiche che ogni tanto perdi e ritrovi negli angoli del tempo, con cui ci puoi passare tranquillamente interi giorni a non far niente o a giocare a scacchi perché ti conosci così bene da saper gestire gli spazi senza pestarsi i piedi. Ecco nella mia scatola disordinata c'era un ossimoro, perché quello era il posto dove mi riallineavo con l'universo e ora, dopo aver metabolizzato la mazzata di due alluvioni in meno di dieci giorni, dopo aver visto il dramma negli occhi degli amici, dei conoscenti, degli sconosciuti (e con i miei occhi), mi rendo conto che sono le uniche immagini che voglio tirare fuori. Le altre le lascio chiuse nel vaso che sta sul comodino della mia mente. E basta.




Forse lo scrivo solo perché oggi mi è stato chiesto come mai, dopo che addirittura mi capitato di finire sul sito del TG3, io non abbia continuato a raccontare cosa ho trovato nel fango da queste parti e perché non ho mai pubblicato le foto che ho fatto in via Fereggiano.
Preferisco una foto rubata in questo momento, un mare calmo. Il mio ossimoro.


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