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mercoledì 5 settembre 2012

Nessuno

Non sopporto far polemica.
Non sono nemmeno tanto brava a far polemica.
In vita mia mi sono sempre tenuta lontano da forum e flame vari perché ho sempre pensato, in modo un po' sbruffone se volete, che chi ha il tempo di scrivere tutti quei post ha davvero troppo poco da lavorare.
O troppe poche cose belle da raccontare.
O forse non è impegnato nel progetto fighissimo che vorrebbe saper fare.

Ancor meno sopporto i “piagnistei” da internet, quelli che suonano come un «Io sono così bravo ma non lavoro perché ci sono quelli meno bravi che mi rubano il lavoro perché sono raccomandati», oppure come un «Meglio andarsene dall'Italia! Qui non si vive!» aggiungendo poi un «Trenitalia è una merda».
Le grandi liste di quelli che potremmo chiamare i “Una volta qui era tutta campagna 2.0”.
I nuovi luoghi comuni.
I nuovi mugugni.

Ecco. Sono tutte cose vere ma incredibilmente inutili. Sono parole che spesso, secondo me, servono solo a sprecare innumerevoli bit della rete.
Un po' come questo post.
Sarà che sono cresciuta in ambiti dove mi è stato insegnato quanto il confronto sia importante in merito a fatti e progettualità collettive e che quando ci si perde in chiacchiere non si conclude molto. Si uccidono i progetti e non si va avanti.

Fermi. Con questo non sto dicendo che non ci deve essere un ambito di discussione e di confronto costante, dico solo che prima di discutere o di far polemica o di far piagnistei pubblici ci si deve chiedere se si hanno gli strumenti per farlo, se si rimane nel merito, se si sanno le cose di cui si parla.

Ce l'ho fatta. Sono arrivata al punto:
- avere gli strumenti
- rimanere nel merito
- sapere le cose.

Mi sono chiesta se rispondevo a questi tre requisiti prima di scrivere. Me lo sono chiesto per tutto il tempo in cui questo blog è rimasto in silenzio.
Non ne sono sicura, ma credo di poterlo fare.
E perdonatemi se sembra che io me la stia tirando.


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Quando mi chiedono che lavoro faccio mi imbarazzo sempre.
Tendo a rispondere “Sono un aiuto cuoco” anche se quel lavoro non lo faccio per più di due mesi l'anno.
Quando mi chiamano fotografa mi imbarazzo per rispetto a chi fa quel lavoro meglio di me.
Quando mi dicono che sono un'illustratrice o una fumettista mi imbarazzo per tutte quelle persone che fanno davvero questo lavoro.
Talmente tanto che ho i biglietti da visita nelle bozze da sei mesi e non so che scriverci sotto.

Faccio delle foto. E mi pagano per farle. Non sempre, non cifre altissime, ma abbastanza da pagare l'affitto il più spesso possibile.
Di illustrazioni professionali ne faccio non più di tre all'anno, e i fumetti... be' sono lì ad arredare il fondo del cassetto dove li ho chiusi, in attesa di convincermi che qualcuno potrebbe aver voglia di leggere le storie che ho da raccontare.
In cucina lavoro saltuariamente e sono spesso quell'elemento che puoi mandare allo sbaraglio perché tendenzialmente non ti farà fare una figura di merda, anche se tra me e uno Chef ci sono anni luce di distanza.

Bene. Quello che mi rimane sulla punta delle dita da mesi è questo. Ha a che fare con il bisogno costante di attenzione delle persone. Con coloro che si chiamano fotografi, che si presentano dicendo che sono illustratori, fumettisti, scrittori, artisti, musicisti, e poi fanno l'impiegato nello studio di papà, perché sai, quello è un lavoro vero, il resto è passione.
Non mi ha mai fatto tanta nausea come in questo periodo la parola passione. Prima almeno avevano la decenza di chiamarlo hobby, che faceva schifo uguale, ma almeno non dava a intendere una volontà professionale.
E sono gli stessi che devi dribblare ai concerti, quando sei un “fotografo ufficiale” e sai che tu l'obiettivo devi metterlo a rischio per portare a casa il lavoro (vi piace vincere facile a pensare che ci son sempre le transenne eh?). Sono quelli che il giorno dopo ti chiedono l'amicizia su facebook e poi ti invitano a diventare fan della loro pagina michiamocosìphotography e che mettono il copyright su tutte le loro foto come se fossero professionisti, ma poi nelle loro informazioni, mettono curriculum lunghissimi che partono dalle elementari e finisco all'oggi dicendo che non sono fotografi ma solo persone che hanno tanta passione (again).

Unsane @ POP festival - Villa Bombrini - Genova 28/06/2012

FBYC @ Init Club - Roma - 21/06/2012

Sono quelli che fanno le mostre ma non hanno mai aperto un tutorial e non hanno idea di come funzionino i livelli di photoshop, che hanno la mail michiamocosìph@sonotroppounfotografo.ma, sono quelli che vanno a fare i concerti GRATIS perché a loro piace la musica dal vivo e allora così non pagano il biglietto.
Oh, parlo di fotografi ma con illustratori, coloristi, fumettisti, scrittori ecc è uguale eh.
Uso solo un esempio, uno lampante, un po' più alla portata di tutti.
Perché secondo me è la sintesi di una situazione complessa che rispecchia un'epoca come la nostra. Siamo sommersi di immagini  da tutti i lati.
Talmente sommersi che non riusciamo più a dare un valore al lavoro della gente, perché non serve che tu lavori davvero, mi basta che tu ogni tanto prenda la macchina fotografica e mi faccia qualche bella foto oppure io se fossi al tuo posto pagherei per fare le foto a questo concerto, e tu mi chiedi anche un cachet!*
Parliamoci chiaro: io non vado dal barista a dirgli «Io pagherei per offrire un caffè a una rossa figa come me» oppure «Non serve che lavori, basta che tu mi faccia un caffè».
E non faccio nemmeno parte di quell'esercito di persone che non fa le cose, ma non vede l'ora di avere qualche categoria nuova di persone su cui sparare a zero.
Oh perché sparare sulla Croce Rossa in tempo di pace non è più tanto divertente.
Allora inventiamo nuove gruppi di gente su cui sparare a zero!
Che ci frega se noi non ci proviamo nemmeno a farle cose. Basta avere una reflex per sentirsi un fotografo, pure le scimmie saprebbero fotografare, e poi con Instagram tutti fanno delle belle foto! Basta applicarci il filtro e via.
Non volevo dirvelo, ma se una foto fa schifo ai cani, fa schifo ai cani anche con Instagram, che per me rimane comunque un bel giocattolo.
Per capirci: io non critico a priori chi mette la sua firma sulle foto. Nel web è facile prendere una foto e farla girare. È anche giusto non metterle in copyright, perché dai, a me quella © mi fa proprio schifo. Sul web gli aspetti più chiusi del copyright non sono solo obsoleti ma anche completamente privi di senso. Oddio, anche fuori dal web ho sempre avuto i miei problemi con la dicitura “tutti i diritti riservati” infatti ho sempre lasciato che che le cose girino, tanto lo fanno lo stesso c cerchiata o meno. Preferisco che qualcuno, se le apprezza, abbia il modo di trovare anche le altre cose che faccio.
Mettere il mio nome sulle foto per il web è semplicemente suggerire alle persone cosa cercare su google.
E sinceramente rilascio ogni cosa che faccio in Creative Commons, poi se vuoi usarla per scopi commerciali magari mi paghi, sai com'è, mi rendo conto che mi piace fare questo lavoro, però se piace anche a te e ci vuoi fare dei soldi secondo me se me ne dai un po' non sbagli, così sempre per dire, eh.

Queste sono le cose.
Il lavoro è una cosa importante.
Le competenze per farlo, anche.
E la parola rispetto è talmente abusata che nemmeno Humpty Dumpty riuscirebbe a ridarle significato.

Scusatemi, quando non lavoro mi fa anche piacere pagare il biglietto e godermi un concerto (senza macchina fotografica) e posso pure esser contenta di spendere delle monete per un caffè veramente buono al bar.
Adoro guardare il lavoro degli altri e farmi coinvolgere ed emozionare se mi piace, e mi sento in diritto di dire che eventualmente non mi piace.
Sento il bisogno, imprescindibile, di valorizzare le cose belle e di non appiattire la mia linea critica.
Sento il bisogno di non diventare snob e di avere ancora curiosità per le cose e di non scrivere curriculum lunghissimi o raccontarmi la favola che sono troppo una figa.
Io sono Nessuno.
E sto bene così.

Questa serve solo per dirvi che ci metto la faccia anche quando scrivo.
Ah sì. Ovviamente è fatta con Instagram.

*tutte storie vere NDA

giovedì 15 marzo 2012

Sulla Luna, ma mai troppo lontana.

Quando mi chiedono che lavoro faccio non so bene cosa rispondere.
Dipende dal giorno, dall'orario, dal sentimento, da cosa ho sotto mano.
Dipende dalle notti insonni, dai progetti che ho nella testa, da cosa mi devo inventare.






Insegno? Sì, insegno alla Genoa Comics Academy.
Sono un'editor? Be', in un certo senso sì, lo sono stata e ora collaboro con DOUbLe SHOt anche se non solo in questa veste.
Sono una fotografa? No, mi piace fotografare, e mi capita di farlo inseguendo un sacco di gruppi musicali su e giù per l'Italia. Li ho convinti che le mie foto possono piacerli e allora salto su treni e furgoni a caso molto spesso. 
Disegno? Sì, ogni tanto al telefono, quando mi annoio.
Scrivo? Sì, su questo blog e sui post-it dove scarabocchio al telefono.
Sono un ufficio stampa? Be' più o meno, seguo l'ufficio stampa della scuola, ma fa parte della mia entropia.
Dove vivo? A Genova, credo, anche se sono mesi che non ci passo 5 notti di fila, impegnata come sono a rimbalzare su e giù per l'Italia tra festival di fumetto, concerti, visite ad amici e altre cose.


Ecco! Ci sono! Sono un marinaio di terra. Questo è il mio lavoro. Mi sveglio bevo due caffè, e penso a quanti km mi aspettano quella mattina.
Penso a quante persone ho lasciato in giro e contro le quali ho la fortuna di andare a sbattere a tempi alterni.
Penso che poi ritornerò nella mia città di mare, da cui non posso stare lontana. 
Perché per calmarmi quando vado ai trecento all'ora ho proprio bisogno di quel quadrato di mare fuori dal terrazzo. Quello che guardo bevendo il caffè al mattino prima di partire o la camomilla quando rientro. Quello che mi lascia dei tramonti infuocati fuori dalla finestra, per darmi il bentornata a casa.






Ecco. 
Poi arriva Mauro. 
Mauro che come al suo solito ha una definizione perfetta per ogni cosa, che con le parole ha un rapporto così forte da non sbagliarle quasi mai, da trovare quelle giuste.
Mauro che l'ho rivisto a Roma dopo quasi un anno che me ne sono andata e abbiamo cominciato a parlare come se non ci vedessimo da due giorni prima.
E come lui Roberto.
E come Roberto, Martina.
E come Martina, Werther (al quale ho tirato una sola che mi farà pagare per i prossimi sei mesi). 
Come Werther, Mary, che mi manda un bacino prima di uscire e che, mentre ho ancora gli occhi stropicciati dal sonno mi dice: "Torna presto". 


Torno sempre. Prima o poi. Lo sapete. 


Ecco, quando mi chiedono perché faccio questa vita da carro armato, quando mi chiedono perché non sto ferma e buona come le persone normali, quando mi chiedono come faccio a fare mille cose insieme senza capire quale sia la mia strada, posso rispondere così: con il post di Mauro che ha messo oggi sul blog. 


Perché sono “Quella che il lunedì scrive del mare, il martedì fotografa concerti a Roma, il mercoledì insegna alla scuola del fumetto di Genova e il giovedì potrebbe essere sulla luna, ma mai troppo lontana.”


Ora andatevelo a leggere. Che parla anche e soprattutto di quelle belle persone che spesso inseguo in giro per l'Italia. 

mercoledì 10 agosto 2011

Un fiocco giallo e azzurro.

Correva l'anno scorso, e correva veloce perché è passato ben prima che io riuscissi ad acchiapparlo.
Tornai a Genova da Roma dopo tempo immemore.
Tornai con un libro da chiudere, un carico di nostalgia da far spavento agli emigranti dei primi del '900 e con la voglia di non ripartire e per imbattermi di nuovo in Andrea Piccardo.

Sia chiaro, se ho coltivato il mio amore per i fumetti è anche colpa sua. Non solo, c'è anche qualche altro colpevole che mi ha fatto studiare, ma non farò assolutamente il nome.
Non adesso. Magari poi.

Comunque, nelle cene di agosto nella cascina della sua famiglia nei dintorni di Tortona iniziamo a pensare che vogliamo fare delle cose insieme.
Dei corsi, degli eventi, di preciso ancora non lo sappiamo, ma vogliamo farlo a Genova.

Nel corso di questo anno che è scappato via a gambe levate abbiamo preso qualche cantonata, fatto qualche deviazione, scelto una strada piuttosto che un'altra.
Abbiamo raggruppato altri splendidi compagni di viaggio, come Laca, Susanna, Daniele.
Abbiamo incontrato assessori, consulenti, tutor, direttori di musei.
Abbiamo perso gli occhi a fare briefing, business plan, neanche un brunch ma abbiamo bevuto parecchi caffè e ci siamo anche concessi qualche piccola soddisfazione.



Abbiamo contattato un sacco di persone bellissime, professionisti, superstar, rockstar e antistar del fumetto italiano.
Abbiamo scritto nero su bianco quello che volevamo fare.
Studiato una traccia per i corsi.
Abbiamo un sacco di belle persone che accompagneranno.
Abbiamo firmato.

Nasce così la Genoa Comics Academy.
La prima scuola di fumetti genovese.


Ci siamo.
Partiamo.
Esiste sulla carta.
Esiste fisicamente, deve solo essere animata da tutti voi.



Tutte le informazioni che cercate le trovate QUI.

martedì 22 febbraio 2011

Diciannove battute

Ci sono dei momenti in cui mi blocco completamente.
Dovrei scrivere (dopotutto, il mio amore per le parole messe una in fila all'altra, ho la fortuna che sia diventato anche il mio lavoro), ma proprio non ci riesco. Mi perdo, conto le macchie sul muro, le bolle sulla pelle, i libri che devo inscatolare e proprio non mi va.

Per cui, quando c'è gente che per distrarsi da quel che deve scrivere disegna triangoli o quadrati o cerchi sui post-it, io disegno micette strabiche con le tettone.
E quando Daniele Mancino (il direttore di Comic-Soon) mi chiede dove sono finiti gli articoli che dovevo consegnargli ieri l'altro gli mando questo bozzetto dicendogli: “Scusa ma ero distratta e non ho scritto nulla”.
Solo un amico vero in quel momento non ti spella viva per metterti sotto sale per far piacere al signore.
una polaroid di quello a cui mi sono dedicata prima di mettermi a scrivere

Poi chiamo il mio collega, ordiniamo due pizze, beviamo due birre (se non c'è la Peroni mettici quella che vuoi basta che sia da 66cl) prendiamo in mano i nostri articoli e ridendo e scherzando riusciamo a chiuderli e a consegnarli in tempo.
Non mi sono mai divertita tanto a scrivere un articolo.
Sul prossimo numero di Comic-Soon, in uscita a Cartoomics troverete una paginetta scritta in collaborazione con Alessio Trabacchini, The Official Handbook Of Superamici.
Era da tanto che sostenevo che i Superamici fossero gli unici supereroi di cui io fossi innamorata. 
Bene ho potuto finalmente scriverlo e dichiararlo al mondo, sforando solo di diciannove battute sullo spazio. Diciannove battute che poi sono il mio nome e quello di Alessio. Anzi parecchie di meno.
Quindi brindo alla precisione del mio collega e mia e me ne vado a dormire contenta.

Non perdetevi il prossimo numero di Comic-Soon mi raccomando.

lunedì 7 febbraio 2011

Al minuto 3.25

Domenica notte.
Domenica notte e vorresti dormire, perché dopotutto domani è lunedì e inizierà l'ennesima settimana di fuoco.
Vorresti dormire, ma siccome sei cretina leggi la mail. E dentro alla tua casella di posta ne trovi una che riguarda un corto su cui stai lavorando da mesi (perché quando c'è qualcosa che non va il mio splendido ruolo è quello di farlo andare a qualunque costo). Sgomento. La certezza che il sequel de L'uomo che sussurrava ai cavalli parla di te, che sei La donna che vince gli accolli, ti investe come la TAV a trecento all'ora sulle tue gengive.

Dicevo, c'è questa mail, con le ultime note dopo aver visionato l'ultimo premontato, dove a un certo punto per il mio giubilo trovo scritto:

Al minuto 03:25 Scena ballo – lo stacco sull'animazione è orribile.Troppo diverse. FARE MIRACOLO

Dite che va bene se mi metto a lacrimare sangue?

Codesta foto è stata mandata in risposta alla missiva del grande capo.

giovedì 20 gennaio 2011

Il baratro di un refuso

Ci sono persone che hanno come incubo ricorrente sprofondare nel vuoto, altre che sognano di essere inseguite da non si sa cosa, chi ha il famoso tunnel o storie di questo tipo. Diciamo incubi ricorrenti “normali”.


Il correttore di bozze è un essere anomalo, non lo fa solo per lavoro: la sua è una vera e propria ossessione. 
Ne parlava Guido Vitiello in un bellissimo articolo su Internazionale di qualche tempo fa: non è per niente assurdo immaginarsi un correttore di bozze mentre apostrofa un cameriere gridando «Ehi! C'è un refuso nel mio piatto!». 
Come non è strano immaginarselo sognare tutti i piccoli errori che potrebbero essergli sfuggiti alla vista mentre correggeva un pdf a video, o le stampe, oppure tremare come una foglia sognandosi di trovarne altri e altri ancora quando gli arriva in mano la cianografica.


Conosco stimati colleghi in grado di perdere il sonno a causa del baratro dell'errore: è come vivere un incubo ricorrente a occhi aperti. Insomma, non sognano solo di cadere nel vuoto e bazzeccole simili, l'ansia dell'errore può spaccargli la testa prima di addormentarsi.


Detta così sembra che la categoria dei correttori di bozze sia qualcosa di molto simile a quella dei matti da legare: non mi sento di dire il contrario. Anzi vi esorto a leggere l'articolo di Vitiello che ho linkato e a considerarlo estremamente attinente alla realtà. 


Essere sempre a stretto contatto con l'errore non è un fardello così facile da sostenere: quel punto fuori dai caporali, quello stupido refuso (piccolo e insignificante e maledetto refuso) nascosto in centinaia di pagine è simile al segno di una sconfitta: lui è sfuggito alla perfezione del tuo lavoro. Ti è scappato. È riuscito a sfuggire a tutte le correzioni, si è nascosto agli occhi del redattore, di tutti coloro che hanno visionato quel testo in qualsiasi formato: è il vincitore assoluto. 


L'urlo interiore di ogni redattore. 


Una tipica espressione del momento in cui si realizza che un refuso è sfuggito alla vista.

Bene, questa ossessione il correttore di bozze se la porta dietro in ogni lavoro che si trova a fare: più che una professione è un vero e proprio stato dell'anima. Egli correggerà mentalmente la tua punteggiatura mentre gli parli, i tuoi condizionali o congiuntivi, i tuoi sms. Non hai scampo con lui, la sua testa tenderà a correggere tutto quello che ascolterà che leggerà o... che vedrà.

Ecco perché se una persona affetta da questa sindrome è anche uno sceneggiatore, quando si troverà a dover correggere un cortometraggio già girato (dove ci sono gravi errori di edizione), la sua testa cercherà in tutti i modi di trovare il modo per rimettere a posto le cose.
E ci riuscirà ve lo posso garantire, ne sarà convinto fino all'ultimo: nulla può sfuggire al suo folle occhio critico. 

Per lui sarà naturale, revisionare tutto fino all'ultimo, verificare che sia tutto preciso e a posto, che il giorno dopo vada tutto liscio come l'olio, è nella sua natura. Non può evitarlo.

Fino a che... quel maledetto errorino infame, che per settimane è sfuggito ai suoi occhi, non gli si palesa davanti: magari nella forma di un oggetto appoggiato nel posto sbagliato della scena che fa saltare i suoi piani, che rende il suo lavoro vano.

Allora il correttore di bozze diventerà inconsolabile, sconfitto. Esattamente come quando gli arriva in mano la prima copia di tipografia di un libro su cui ha lavorato e, mentre lo sfoglia divorandolo di gioia, il suo peggior nemico lo sbeffeggia impunemente fiero di esser stampato su migliaia di copie.




sabato 18 dicembre 2010

Wonder End

Sabato 4 dicembre c’è stata la prima grande festa per Wonderland – Quando Alice Se Ne Andò, il secondo volume della mia collana Nuvole in Tempesta edito da NPE.
Mi sono presentata nella veste di un piccolo e goffo due di picche (dopotutto anche se sono sposata mi sembra un personaggio calzante) mi sono divertita davvero e ho riso con tantissime persone che sono passate a salutarci da quelle parti.
Se volete vedere le foto dell'evento basta seguire questo link.
Grazie ad Anna Rattazzi per la foto

martedì 12 ottobre 2010

Il te' del cappellaio

Devo dire che Wonderland ha avuto un risvolto non irrilevante nelle mie giornate, quasi che davvero volesse trascinarmi in un altro posto, farmi vivere eternamente nel Paese delle Meraviglie.
E mi piace. Mi piace perdermi dietro a un Coniglio Bianco. Mi piace nascondere la mia realtà dietro un progetto come questo.
Mi piace anche prendere tutti i pomeriggi il te' con il Cappellaio Matto con lo Stregatto che si appropria della mia tazza e mi fa i dispetti.

Così, giusto perché è un post che dice davvero qualcosa più di niente...
Ma se vi va, se state attenti, potete anche vincere una copia del libro rispondendo alle domande che vi vengono poste nella tana del Bianconiglio al di là dello specchio (così per poter di nuovo mischiare più mondi).

Un po' prima dell'ora del te' un po' dopo dell'ora di pranzo.

Dove? QUI ovviamente!


Espressione eloquente.

domenica 3 ottobre 2010

Tirare il freno a mano

Ci sono dei periodi dell'anno in cui ciclicamente, per un motivo o per l'altro, sembra che io mi impegni per raggiungere un unico scopo: schiantarmi a duecento all'ora in una vetrina.
Sembra che ogni mia azione vada in questa senso.

Giusto per sfatare quel che dice il mio amico Roberto, ovvero che sono un incidente al rallentatore (vado troppo veloce), per avvalorare quello che dice il mio amico Mauro, cioè che ho un aurea di guai che mi gira attorno tipo Sirio il Dragone.

In questi giorni ho fumato troppe sigarette, mangiato troppo poco e non ho mai dormito veramente.

Stanotte galleggio tra una cosa da concludere entro ieri, un'altra da concludere la settimana scorsa e l'ansia di quelle da concludere entro lunedì.
Come in una grossa bolla di sapone, una guaina troppo fragile per proteggermi il cervello.
Accendo l'ennesima sigaretta e fisso il vuoto in un punto imprecisato davanti a me.
Scaldo l'acqua per una tisana, spengo la sigaretta, sforzo gli occhi perché mettano ancora a fuoco il monitor del computer e basta.
Non è vero che penso qualcosa.
Non penso veramente a niente.
Se non che ho fumato troppe sigarette.
Che questa volta, io che bevo tutto amaro, metterò due cucchiaini di zucchero nella tisana perché ho bisogno di tirarmi un po' su.
Che devo finire quello che ho iniziato.

E che vorrei non dover tirare il freno a mano, ma rallentare normalmente.
Perché se lo tiro magari nella vetrina di arrivo ai centodieci all'ora e non ai duecento, ma la verità è che vorrei fermarmi prima dello scalino del marciapede e per una volta non schiantarmi proprio.